Trovo particolarmente necessario, un pensiero incentrato sul godimento, differenziandolo dal piacere. Credo, per le generazioni digitali, e per chi ne é stato comunque sopraffatto, sia potenzialmente necessario questo criterio o approccio. Siamo subissati dai piacere, potremmo dire senza alcun reale effetto, mentre nonostante sembri una contraddizione, il godimento nella nostra società é quasi assente. Quest’ultimo per sua natura, richiede una durata diversa dal piacere, e una conseguente postura mentale sempre più rara, ma illuminante. Il godimento, la parola l’ho presa in prestito dalla filosofia tantrica (tan espandere e tra metodo strumento), é sempre più raro da frequentare nel mondo dello spettacolo senza voler parlare di quello estetico ed estatico. Questo tipo di pratica “il godimento” richiede tempo (non popolare di questi tempi) e presuppone un abbandono che ha sapore di reale curiosità per l’essere umano.
Il piacere quindi lo collego ad una situazione animale, mentre il godimento una situazione umana; il godimento non é riferibile esclusivamente all’apice dell’amplesso (sempre più spesso piacere istantaneo che non porta ricordo alcuno) ma ad un abbandono in una direzione scelta consapevolmente, o trovata con una guida regale scelta, che non si sa dove porta, ma sperimentandola crea una lucidità mentale che non corrisponde a comprendere le cose di questo mondo, ma a diventarle. Un cristiano direbbe ad incarnarsi, sapendo però piacere/godimento, sofferenza/dolore equivalersi, annullandosi nella durata, non infinita. Non infinita, Qui.